sabato 4 aprile 2009

13 marzo 2009, una serata come un abbraccio ---- 3: tocca a me

Devo ammettere che prima di parlare avevo preparato molte più cose di quelle che poi ho detto. Semplicemente perché il relatore, Piergiorgio, aveva detto già molto e non volevo tenere lì la gente più di un'ora (io odio quando le cose durano più di un'ora...).Quindi ho sfrondato il mio intervento e l'ho ridotto all'osso. Volevo poi dare spazio alle domande che speravo copiose.Allora ho iniziato spiegando l'origine del romanzo, da dove mi è nata l'idea e perchè un prete di 70 anni come protagonista, nell'era dei blog (!!!) e di Facebook...
Sono cose che avevo già detto a Venezia, ma questa volta aggiungo il racconto di un episodio raccontato da un amico pochi giorni prima: un suo zio prete di 86 anni è co
stretto a vivere senza potersi muovere e in una quasi assoluta solitudine. Egli si è fatto incollare alla parete di fronte al letto dove è costretto sempre le immagini della sua vita, dall'inizio fino alla fine. E se le guarda tutto il giorno, se le tiene di fronte come a voler vedere il frutto di ciò che è stata la sua esistenza. Questa cosa mi ha molto colpito. Un sacerdote che ha letteralmente speso tutta la sua vita ora è in solitudine e gli rimane ciò che ha compiuto come segno di Chi lo ha compiuto. Mi sembrava c'entrasse.
Poi ho raccontato di ciò che per me vale nel romanzo e cioè questo strano ribaltamento delle cose solite come l'amore, il dolore, la paternità, l'amicizia e il male. Tutto ribaltato. Tutto che non è come uno lo pensa, tutto ad un livello diverso, direi più profondo e vero. E allora il mio amico Mario Frizziero legge per me una delle pagine più belle del romanzo, pagina 67, dove Don Luigi parla della sua perpetua Elvira quando - ancora giovane - rischia di innamorarsene. Quindi parla dell'amore che viene abbracciato in un più grande Amore. La lettura mi comm
uove e stento a credere di aver scritto io quelle parole.
Poi lascio spazio alle domande. La prima di Valentina, sul titolo. Rispondo volentieri anche se avevo già accennato una risposta. Nella notte che ognuno vive c'è sempre il
 riverbero di un volto che può ridonare un barlume di speranza che fa vivere. Semplice. Il romanzo, dico, è come essere accompagnati pian piano in una stanza che diventa buia poco alla volta, fino all'oscurità totale. Dopo un poco che il buio vince su tutto, allora si vede quel riverbero appena accennato di un volto ma è ciò che basta per vincere la paura e permette di aspettare la luce piena.
Poi Roberto che chiede se c'è un riferimento tra il prologo e la fine e mi "costringe" a dire qualcosa della fine, di cui non volevo parlare. Ma ormai siamo in ballo e balliamo. Certamente nel prologo c'è già in nuce il sacrificio finale.
 Ma non voglio dire di più.
Poi interviene Alessandra Salvagno, l'editrice e dice che per ognuno c'è il proprio buio e la possibilità di vedere quel volto. Bello. Ognuno vede quel volto e lo interpreta in maniera diversa, ma alla fine di un Volto tutti abbiamo bisogno. Perfetto.
Si arriva ai saluti e io
 ringrazio di nuovo tutti, ma proprio tutti.
Poi le firme delle copie, persino quella dell'assessore, della grafica che ha fatto la bellissima copertina e di gente che nemmeno conosco.
Fuori mi attendono gli amici più cari perché le mie donne portano a casa la nonna che è venuta lì per me. Giulia, mia figlia più grande, rimane lì con me.
Ecco che si conclude un abbraccio a me e alle  cose che ho scritto, proprio con gli amici e mia figlia. Finisce tutto, in fretta. Ma rimane quell'abbraccio. Una serata che è stata un abbraccio alla mia umanità. Grazie a tutti.

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