La vigilia di Natale stavo percorrendo in auto le strade pre-natalizie tipicamente intasate dalle ultime corse al regalo più azzecato o alla leccornia più esclusiva. Ascoltavo beatamente la radio. Purtroppo la musica, spesso, deve lasciare posto alle parole e quindi mi rassegno ad ascoltare un Giornale Radio di una rete nazionale.
Per lanciare un servizio sulla necessità di restauri alla Basilica della Natività di Betlemme la giornalista letteralmente dichiara: “La Basilica della Natività a Betlemme, il luogo simbolo del Natale.”
La frase mi suona subito come un colpo e ne ricavo un certo fastidio, non immediatamente compreso, che mi fa quasi perdere il controllo dell’auto. “Luogo simbolo”. Eh no, dico a mia moglie che mi sta accanto, “simbolo” proprio no. Lì Gesù c’è nato sul serio, altro che. Magari sarà questione di qualche metro più in qua o più in là ma lì dove campeggia la scritta “Hic verbum caro factum est”, proprio lì Gesù è nato sul serio. Altro che simbolo. Lì dove ora splende una stella argentata, proprio lì (o poco distante da lì) Dio ha preso le sembianze umane di un bimbo. E questa è una realtà per la quale la nostra umanità è salvata anche in questo istante. Definire “simbolo” quel luogo fisicamente constatabile è come relegare Gesù a mito, a qualcosa che non è reale ma che, soprattutto, non ha alcun legame con me, col mio oggi e con quello di ogni uomo.
Non è mica una questione lessicale, proprio no. E’ che quella giornalista ha fatto fuori, così come spesso facciamo noi durante le nostre giornate, il Mistero dell’Incarnazione da cui tutto è cominciato.
Ma grazie al Cielo, quel bimbo è nato e ciò è incancellabile. Perchè un “simbolo” non riesce a salvare la vita, ma una Presenza storicamente sperimentabile (rivelata cominciando proprio allora e proprio in quel luogo), quella sì.