venerdì 24 dicembre 2010

Natale 2010: un simbolo non può bastare

La vigilia di Natale stavo percorrendo in auto le strade pre-natalizie tipicamente intasate dalle ultime corse al regalo più azzecato o alla leccornia più esclusiva. Ascoltavo beatamente la radio. Purtroppo la musica, spesso, deve lasciare posto alle parole e quindi mi rassegno ad ascoltare un Giornale Radio di una rete nazionale.

Per lanciare un servizio sulla necessità di restauri alla Basilica della Natività di Betlemme la giornalista letteralmente dichiara: “La Basilica della Natività a Betlemme, il luogo simbolo del Natale.”

La frase mi suona subito come un colpo e ne ricavo un certo fastidio, non immediatamente compreso, che mi fa quasi perdere il controllo dell’auto. “Luogo simbolo”. Eh no, dico a mia moglie che mi sta accanto, “simbolo” proprio no. Lì Gesù c’è nato sul serio, altro che. Magari sarà questione di qualche metro più in qua o più in là ma lì dove campeggia la scritta “Hic verbum caro factum est”, proprio lì Gesù è nato sul serio. Altro che simbolo. Lì dove ora splende una stella argentata, proprio lì (o poco distante da lì) Dio ha preso le sembianze umane di un bimbo. E questa è una realtà per la quale la nostra umanità è salvata anche in questo istante. Definire “simbolo” quel luogo fisicamente constatabile è come relegare Gesù a mito, a qualcosa che non è reale ma che, soprattutto, non ha alcun legame con me, col mio oggi e con quello di ogni uomo.

Non è mica una questione lessicale, proprio no. E’ che quella giornalista ha fatto fuori, così come spesso facciamo noi durante le nostre giornate, il Mistero dell’Incarnazione da cui tutto è cominciato.

Ma grazie al Cielo, quel bimbo è nato e ciò è incancellabile. Perchè un “simbolo” non riesce a salvare la vita, ma una Presenza storicamente sperimentabile (rivelata cominciando proprio allora e proprio in quel luogo), quella sì.

domenica 19 dicembre 2010

Sedici anni (il mio racconto di Natale)

Aveva solo sedici anni ma sapeva già. Sapeva già che non sarebbe stato per niente facile. Non sarebbe filato tutto liscio, o come lei avrebbe voluto. Sapeva che ci sarebbero stati momenti difficili. Tuttavia non riusciva a non guardare gli occhi del suo piccolo senza un fremito di gioia. Del resto, quale madre guarda il suo bimbo appena nato e pensa alla sua fine? Sarebbe contro la natura stessa di una madre vivere la maternità nell’ombra della morte. Ma lei era diversa. Era una ragazza come le altre, eppure era diversa. Perché quel pensiero di morte a lei non sarebbe stato tolto mai, fino alla fine.
Certo, non ne conosceva i dettagli. Le era stato risparmiato, perché questo sì sarebbe stato terribile e troppo duro da portare, anche per lei: che la paglia del fienile si trasformasse un giorno in spine acuminate; che le tavole della culla si mutassero nelle braccia di una croce; che le sue stesse lacrime di gioia cambiassero sapore; che i canti di giubilo che oggi sentiva arrivare da lontano divenissero urla d’offesa; che i regali che riceveva diventassero alla fine dono della morte. Questo non lo avrebbe saputo, se non alla fine.
Eppure la sua gioia era perfetta ed il suo dolore era perfetto. Proprio come accade nel parto. Perfetto quel dolore perchè sia perfetta quella gioia. Tutte le donne lo sanno bene. Ma lei lo sapeva dapprima, perché sapeva già il prezzo del sacrificio ed il premio. Il sacrificio ed il premio. Il premio che si aspettava era già lì fra le sue braccia. Non doveva attendere la fine per godere di quel premio. Quel premio promesso era il bambino stesso, di questo era certa.
Ecco a cosa pensava mentre guardava quel figlio, nato nel momento meno atteso, nel luogo meno adatto, in una notte in cui tutti sarebbero stati bene a casa propria, nel caldo di una casa, nell’abbraccio della propria famiglia. Mentre guardava quel bimbo, la gioia era piena, perfetta in se stessa.
Conosceva il premio, conosceva il dolore. Eppure era rimasta lì senza fuggire, quando le era stato chiesto se voleva, se desiderava, se era disposta, se era pronta. Lei non si sentiva né disposta né pronta, ma lo desiderava. Pur essendo solo una ragazza di sedici anni, eccome se lo desiderava. Quello che le veniva chiesto era il compimento di quel desiderio che sentiva, giorno dopo giorno. Un desiderio che non conosceva bene, non lo comprendeva ma nulla riusciva a colmarlo. Solo in quel momento, nel momento in cui aveva detto sì, sentiva che quel desiderio poteva essere soddisfatto. Ecco perché si era lasciata andare. Aveva risposto con impeto, senza pensarci troppo. Che cosa c’era mai da pensare di fronte ad un desiderio corrisposto?
Tutto questo le passava per la mente mentre uno ad uno entravano quegli uomini sconosciuti, in silenzio. Guardavano il suo bimbo e poi lei, col suo compagno a fianco che teneramente l’amava. La guardavano come si guarda ad una donna che ha appena dato alla luce un figlio, con riconoscenza.
Finchè quel bimbo non chiese del latte, come solo i bambini appena nati sanno fare, senza bisogno di parola, con un gemito prima e un insistente pianto poi. Le madri comprendono quel linguaggio. Così anche lei fece quello che tutte le madri fanno e lo nutrì. Il piccolo le prese il dito di una mano e lo strinse fra le sue minuscole dita. mentre si nutriva.
“Non ti abbandonerò mai”, gli sussurrò mentre lo allattava. Le sembrò per un attimo che il piccolo stringesse più forte il suo dito con la manina.