mercoledì 8 aprile 2009

L'ultimo commento arrivato

Continuano ad arrivarmi riscontri verbali di gente che ha letto il romanzo, anche dopo così tanto tempo dalla pubblicazione e ciò non può che farmi piacere.
Ma sono ancora più contento quando questi commenti mi arrivano in forma scritta, così da poterli condividere qui con chi legge.
L'ultimo arriva da Federica Favaro e lo pubblico così come mi è arrivato:

(...) non so dirti quante emozioni mi ha suscitato la lettura... Ti confesso che era la prima volta che mi accostavo ad un libro "noir", ho sempre letto romanzi di altro genere, nemmeno quello di Faletti tanto chiacchierato mi ha mai attirato (forse perchè troppo impegnativo per il numero di pagine!!).
Prima di tutto, come già avevo segnalato al tuo editore, il formato è perfetto e la carta stupenda: così liscia al tatto, di un bel colore avorio, con i caratteri stampati belli nitidi, è davvero piacevole sfogliare le pagine una dopo l'altra.
La storia è decisamente avvincente: più si entra nella vicenda, più si conoscono i personaggi e più si vorrebbe approfondire, fare domande. Sono così ben descritti nel loro carattere che riuscivo a figurarmeli man mano che leggevo. E la nebbia poi: a volte mi sembrava quasi di sentirla, fredda e umida nelle ossa (come in quelle del vecchio padre) accompagnare il rumore della bicicletta nel silenzio della notte... Ho avuto paura, ho sentito i brividi lungo la schiena, ho perfino versato qualche lacrima, ma non riuscivo a smettere di leggere, certa che il Bene alla fine avrebbe trionfato, in un modo o nell'altro.
Ho anche riflettuto a proposito di chissà quante brutte storie siano a noi più vicine di quello che crediamo e a quanti bambini siano spettatori di violenza tra le mura domestiche. La realtà diventa quindi più triste e spaventosa della finzione, ma credo che ci siano molti "padri" disponibili all'ascolto. Mi è piaciuto molto questo concetto di "paternità"!
Ora, Mauro, per carità, non smettere di scrivere!!
Un abbraccio e ancora grazie,
Federica"


Grazie Federica

sabato 4 aprile 2009

13 marzo 2009, una serata come un abbraccio ---- 3: tocca a me

Devo ammettere che prima di parlare avevo preparato molte più cose di quelle che poi ho detto. Semplicemente perché il relatore, Piergiorgio, aveva detto già molto e non volevo tenere lì la gente più di un'ora (io odio quando le cose durano più di un'ora...).Quindi ho sfrondato il mio intervento e l'ho ridotto all'osso. Volevo poi dare spazio alle domande che speravo copiose.Allora ho iniziato spiegando l'origine del romanzo, da dove mi è nata l'idea e perchè un prete di 70 anni come protagonista, nell'era dei blog (!!!) e di Facebook...
Sono cose che avevo già detto a Venezia, ma questa volta aggiungo il racconto di un episodio raccontato da un amico pochi giorni prima: un suo zio prete di 86 anni è co
stretto a vivere senza potersi muovere e in una quasi assoluta solitudine. Egli si è fatto incollare alla parete di fronte al letto dove è costretto sempre le immagini della sua vita, dall'inizio fino alla fine. E se le guarda tutto il giorno, se le tiene di fronte come a voler vedere il frutto di ciò che è stata la sua esistenza. Questa cosa mi ha molto colpito. Un sacerdote che ha letteralmente speso tutta la sua vita ora è in solitudine e gli rimane ciò che ha compiuto come segno di Chi lo ha compiuto. Mi sembrava c'entrasse.
Poi ho raccontato di ciò che per me vale nel romanzo e cioè questo strano ribaltamento delle cose solite come l'amore, il dolore, la paternità, l'amicizia e il male. Tutto ribaltato. Tutto che non è come uno lo pensa, tutto ad un livello diverso, direi più profondo e vero. E allora il mio amico Mario Frizziero legge per me una delle pagine più belle del romanzo, pagina 67, dove Don Luigi parla della sua perpetua Elvira quando - ancora giovane - rischia di innamorarsene. Quindi parla dell'amore che viene abbracciato in un più grande Amore. La lettura mi comm
uove e stento a credere di aver scritto io quelle parole.
Poi lascio spazio alle domande. La prima di Valentina, sul titolo. Rispondo volentieri anche se avevo già accennato una risposta. Nella notte che ognuno vive c'è sempre il
 riverbero di un volto che può ridonare un barlume di speranza che fa vivere. Semplice. Il romanzo, dico, è come essere accompagnati pian piano in una stanza che diventa buia poco alla volta, fino all'oscurità totale. Dopo un poco che il buio vince su tutto, allora si vede quel riverbero appena accennato di un volto ma è ciò che basta per vincere la paura e permette di aspettare la luce piena.
Poi Roberto che chiede se c'è un riferimento tra il prologo e la fine e mi "costringe" a dire qualcosa della fine, di cui non volevo parlare. Ma ormai siamo in ballo e balliamo. Certamente nel prologo c'è già in nuce il sacrificio finale.
 Ma non voglio dire di più.
Poi interviene Alessandra Salvagno, l'editrice e dice che per ognuno c'è il proprio buio e la possibilità di vedere quel volto. Bello. Ognuno vede quel volto e lo interpreta in maniera diversa, ma alla fine di un Volto tutti abbiamo bisogno. Perfetto.
Si arriva ai saluti e io
 ringrazio di nuovo tutti, ma proprio tutti.
Poi le firme delle copie, persino quella dell'assessore, della grafica che ha fatto la bellissima copertina e di gente che nemmeno conosco.
Fuori mi attendono gli amici più cari perché le mie donne portano a casa la nonna che è venuta lì per me. Giulia, mia figlia più grande, rimane lì con me.
Ecco che si conclude un abbraccio a me e alle  cose che ho scritto, proprio con gli amici e mia figlia. Finisce tutto, in fretta. Ma rimane quell'abbraccio. Una serata che è stata un abbraccio alla mia umanità. Grazie a tutti.